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I 12 strumenti per realizzare un fundraising di successo e a cosa servono.

L’attività di Fundraising, ovvero l’attività di raccolta fondi, non è più quella di una volta. Come infatti ben afferma il Sole 24 Ore, si tratta di un’operazione che si è professionalizzata con il tempo, sia da parte dell’organizzazione che svolge la campagna, sia da parte del donatore.

Quest’ultimo, infatti, non si limita più a versare un contributo per una causa. Pretende infatti un riscontro trasparente e puntuale dell’investimento delle sue donazioni e una dimostrazione che esse siano effettivamente andate a buon fine.

Tutto questo è stato reso possibile grazie ovviamente all’avvento di internet, che ha portato il fundraising e il crowdfunding al così detto “next level”, rendendo accessibili a tutto il mondo raccolte fondi territoriali e dando ad ogni campagna un potenziale internazionale. Di conseguenza, su una nota meno positiva, anche la competitività tra le varie campagne cresce, ma con il giusto metodo si può comunque riuscire a raggiungere i propri obiettivi.

Ecco quindi i 12 strumenti per realizzare un fundraising di successo.

  • Il Fundraising Manager – Un tempo questa figura poteva essere improvvisata o riciclata da settori affini. Ad oggi, senza un Fundraising Manager che abbia le giuste competenze e certificazioni non c’è campagna di raccolta fondi che tenga. Accertatevi che si tratti di un Fundraiser certificato, meglio ancora se diplomato presso un master come ad esempio il Master online in Fundraising dell’Università Telematica Unicusano, presente anche a Pescara con il suo Learning Centre. In questo modo, potrete essere certi di annoverare nel team tutte le competenze e gli strumenti necessari.
  • Una strategia – Stabilire una strategia è fondamentale per poter procedere a dovere e non perdersi nulla per strada. Parliamo di un piano d’azione dettagliato, sul quale si baseranno tutte le attività a seguire e che manterrà sempre ben chiaro per tutti l’obiettivo finale. La strategia si applica infatti in ogni campo in cui sia necessario svolgere una serie di operazioni separate, spesso molto diverse tra loro, atte tutte ad uno stesso scopo. Aiuterà moltissimo i Manager del progetto e le altre risorse per capire cosa sta succedendo all’interno del loro team, oltre che per avere ben chiare le proprie responsabilità.
  • Il mission statement – La mission, come si può evincere dal termine, è la missione per la quale si decide di indire una campagna di raccolta fondi e alla quale tutto il ricavato verrà devoluto. Non coincide con gli obiettivi dell’organizzazione che attua il fundraising, per quanto vi sia probabilmente contenuta. Si tratta di un’azione ben più specifica, mirata e tangibile. Tutta la strategia sarà strumentale rispetto alla mission. Sarà determinante affinché un donatore scelga o meno di contribuire, dunque assicuratevi che sia dichiarata nel mission statement sempre precisa e trasparente, in ogni suo aspetto e in ogni stadio della raccolta.
  • Il case statement – Qui invece si entra nell’attività di fundraising in sé per sé e del valore che essa ha per l’associazione. Nel case statement si definiscono infatti le ragioni per cui si sceglie di fare raccolta fondi, quali sono le modalità in cui essa avverrà, quali i tempi e quali i bisogni dei vari progetti dell’organizzazione (ovvero delle varie campagne). Questo documento viene pensato in base al target dei donatori e dei partecipanti alla campagna, sia interni che esterni. In qualche modo, questo documento deve rispondere alla domanda: perché qualcuno dovrebbe scegliere di donare a favore dei miei progetti? Nel rispondere, tenere sempre bene a mente i 20 principi di base del fundraising.
  • La target map – In altre parole, la mappa del proprio target, composto dai propri interlocutori che, nella stragrande maggioranza dei casi, sono anche i propri donatori. Soci, beneficiari, collaboratori, risorse umane e donatori una tantum: tutti fanno parte del target, che deve essere ben chiaro ai team che operano nel fundraising, ma anche all’associazione stessa. Paradossalmente, secondo il senso di comunità che spesso si sviluppa durante una campagna, il target deve essere chiaro anche al target stesso: sapere di entrare a far parte di un gruppo gradito aumenta le possibilità di un donatore di diventare tale. Avere chiara questa mappa aiuterà ad avere chiare anche il tipo di attività da organizzare per un fundraising di successo.
  • SWOT Analysis – SWOT sta per Strenghts, Weaknesses, Opportunities and Threats. Un’analisi di questi quattro punti permette quindi un’analisi dei propri punti di forza e dei propri talloni d’Achille, come anche permette di avere più chiare quali sono le proprie opportunità e gli aiuti esterni sui quali si può contare, ma anche quali sono le minacce che possono minare la propria campagna di raccolta fondi. Si potrà quindi prevenire intoppi e problematiche, avendo subito ben chiare le eventuali soluzioni e, di conseguenza, risparmiare tempo in momenti più impegnativi del progetto.
  • Fund Development Audit – Si tratta in qualche modo di un “check point”, un momento in cui coloro che lavorano internamente alla campagna di fundraising si riuniscono per confrontare le proprie opinioni su come sta andando, sulla qualità delle attività svolte e sull’eventuale prontezza dell’associazione di svolgere altre campagne ancora. Questo è il luogo dove tutte le critiche, ovviamente costruttive, devono assolutamente essere mosse e può essere analizzato collettivamente ciò che non va. Si tratta quindi di un momento cruciale per lo sviluppo, la crescita e l’innovazione di un’associazione no profit e della sua opera di fundraising, sia corrente che futura. Ricordatevi che non è mai tardi per riaggiustare il tiro.
  • Benchmarking – Per quanto possa far inorridire i più, purtroppo o per fortuna anche le campagne di raccolta fondi devono sottostare alle leggi di un mercato competitivo. Il potere di donazione di un benefattore non è infinito (salvo rari casi eccezionali) e bisogna accertarsi che tale somma di denaro venga impiegata per la propria mission e non quella di altri. Per fare ciò, bisogna osservare, comprendere e approfondire anche le operazioni di fundraising dei propri competitors (il così detto benchmark). Si tratta di un’operazione molto importante per migliorare, ispirandosi a strategie che funzionano meglio o per meglio delineare lo standard che caratterizza il “mercato” in un determinato periodo storico, oltre che per stabilire la “best practice” all’interno della propria organizzazione.
  • Brand management – Come sopra: che piaccia o meno, le regole del mercato classico continuano a colpire. In questo caso, si tratta di una realtà che sarebbe esistita a prescindere. Il brand, infatti, cioè il marchio, è ciò che permette al donatore di fidarsi o meno e devolvere quindi i propri soldi. È il garante, che spesso si appoggia ad ulteriori garanti, come sponsor e partnership, che assicura la buona riuscita e l’affidabilità del fundraising. Chi non lo farebbe? Lavorare quindi sull’immagine e sulla buona organizzazione della propria associazione è fondamentale per instaurare un buon rapporto con il donatore.
  • CSF & KPI – Tradotti direttamente in italiano, si tratta dei Fattori Critici per il Successo e gli Indicatori Chiave di Performance. In altre parole, tutti gli elementi ritenuti indispensabili per raggiungere un obiettivo definitivo e tutti gli indicatori necessari a misurare le performance, che possono ovviamente essere di vario tipo. Tenere a mente questi due parametri può essere di grande aiuto per quanto riguarda la propria campagna e il suo successo.
  • Il Budget – Si tratta di un parametro fondamentale rispetto a tutte le raccolte fondi che vengono organizzate da parte di un’associazione. Si tratta infatti dell’ammontare economico che un’associazione stanzia per l’organizzazione e la realizzazione di un fundraising e che non può essere coperto dal fundraising stesso, che altrimenti risulterebbe una raccolta fondi atta a finanziare se stessa. In aiuto in questo caso possono arrivare gli sponsor e le partnership, che possono offrirsi di finanziare appunto la compagna o l’associazione stessa, comprendo le spese vive, che spesso riguardano la remunerazione delle risorse umane e la realizzazione delle varie attività di fundraising. È assolutamente cruciale monitorare costantemente il proprio budget e non modificarlo in corso d’opera, onde evitare mancanze economiche a lungo termine. A tal proposito, è bene stabilire tutti i vari budget, sia a breve che a lungo termine, così da avere ben chiaro l’impatto che uno ha sull’altro.
  • La Gantt Chart – Il grafico di Gantt è un tipo di grafico che, attraverso una serie di linee orizzontali, mostra l’ammontare di lavoro portato a termine rispetto alla quantità di lavoro finale e del complessivo delle attività da svolgere. Si tratta di un ottimo metodo per tenere sotto controllo la propria strategia e il suo piano d’azione generale. Si consiglia di mantenere pubblica questa Chart e accessibile a ogni membro che opera all’interno di una raccolta fondi. In alcuni casi, può essere particolarmente utile mantenerla pubblica anche per i donatori stessi. In questo modo, tutti potranno avere sotto controllo il procedere generale del fundraising e agire di conseguenza. Inoltre, se il lavoro di team è ben realizzato, servirà anche per aumentare l’aiuto che ogni partecipante offre ai suoi colleghi, generando un positivo clima di collaborazione generale.

Ricordatevi ovviamente che ognuno di questi strumenti può essere implementato, anche grazie alle continue innovazioni che ognuno di essi attraversa. Inoltre, per quanto questo avvenga in maniera analoga, ognuno di questi tool dovrà essere utilizzato in maniera diversa a seconda della campagna svolta: non tutti i fundraising sono uguali infatti, per quanto affini, e una strategia ad hoc deve essere appuntata per ognuno di essi.

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